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Una conversazione con Armando Torno su Il Signore della paura di Franco Cardini
Questa è la testimonianza di Armando Torno su Il signore della paura di Franco Cardini, raccolta a Milano nel giugno del 2007.
Qual è secondo te il valore più grande di questo libro?
E’ un valore che si impara cammin leggendo, perché è un libro che insegna molte cose ed è utile per uscire un po’ dalla nostra realtà, forse anche per capirla meglio. Ci porta in un mondo che ha caratteristiche e problemi che forse noi neanche immaginiamo nemmeno ma che sanno, attraverso tutta una serie di paradossi spiegare i nostri. Questo libro ci insegna una cosa importante: il bisogno del viaggio interiore oltre il viaggio che noi possiamo compiere materialmente. In fondo questi tre personaggi che vanno verso Samarcanda, compiono un itinerario che è un itinerario spirituale, attraverso le prove e gli incontri, che effettivamente è quello che noi cerchiamo di ricostruire. Noi siamo capaci di compiere tutti i viaggi materiali, non riusciamo più a compiere un viaggio spirituale. Il viaggio spirituale è quello che ci manca e che molte volte rende vano il nostro senso, la nostra vita. Questo libro in qualche modo lo ricostruisce, lo insegna attraverso esempi forti, figure rappresentative, attraverso sogni, leggende, attraverso tutto. E’ un libro scritto da una persona molto colta, ma che per molti aspetti è un libro utile a tutti: al colto che può approfondire, capire qualcosa dell’arrivo di certi classici o del sondaggio di altri, ma è utile anche alla persona semplice che molte volte non si accorge che questo viaggio interiore è li che lo attende e non riesce a cominciare.
Come inizia il viaggio materiale e spirituale di questi uomini del ‘400. E che cosa ha in comune con la nostra “ricerca” novecentesca?
Il libro comincia nella Pasqua del 1403, quando l’occidente era ancora conscio di quella che effettivamente era la dimensione della vita, di quello che bene o male si poteva sognare e sperare attraverso la fede. Noi oggi ci illudiamo di esseri eterni. Io invece sono convinto del fatto che tutto quello che ci circonda e quello che noi facciamo, molte volte serve solo per ipnotizzare qualche cosa che deve arrivare. Abbiamo perso la fed,e ma non riusciamo a riempire quello che sta al di la della morte. In fondo il ‘400 lo aveva riempito attraverso la Fede, attraverso una sicurezza che era antica, una sicurezza che veniva da mille e quattrocento anni di Cristianesimo, che dava all’uomo una dimensione concreta: io so che la vita continua perché la mia Fede me lo garantisce. Oggi noi siamo sicuri soltanto di potere spostare i confini della morte attraverso la scienza. La nostra differenza con questo mondo è una differenza forte, noi anche nelle persone che hanno una gran fede non vediamo quella certezza che c’è in questi tre personaggi. Mi chiedo molte volte se ha senso tutta la nostra ricerca quando non riusciamo ad afferrare certezze, è una domanda retorica ma penso che vada fatta. E’ una verità più grande quella che si immagina o quella che si afferra, è una verità più grande credere che dopo la morte ci sia una continuazione della vita oppure disilludersi e pensare che la vita sia tutto. Questi uomini del ‘400 credevano che la morte non fosse che una continuazione in una dimensione paradisiaca, in una dimensione di premio della vita e quindi non avevano quelle angosce e quegli incubi che ha l’uomo contemporaneo. Da questo punto di vista il libro è effettivamente una scoperta. Io comunque penso che quando noi diciamo “Paura del Medioevo, incubi ed altro” effettivamente ci immaginiamo qualcosa che forse non c’era. Il medioevo aveva una concezione della vita decisamente più concreta, non c’era una paura della morte come l’abbiamo noi e la morte era vista in fondo come una compagna di viaggio, come in questo libro appunto.
Mi parli di un mondo che aveva una percezione diversa della realtà, del tempo, delle istituzioni…
E’ l’immagine di un mondo che ha perfettamente presente il valore delle istituzioni e che senza la Chiesa non c’è possibilità di dialogo con l’assoluto. Quello che in fondo a noi manca in questo rapporto con il divino è anche la capacità di capire che effettivamente l’istituzione fa da tramite, da interprete, fa da scivolo. Le istituzioni religiose nel ’400 sono non soltanto la concretezza ma sono quasi una necessità per il credente. Noi abbiamo ancora una Chiesa fatta da uomini particolarmente grandi e forti, abbiamo un Islam colto, particolare, tollerante, che in fondo guerreggia per la naturale ragione delle cose, per le leggi della storia, ma che è ben incardinato nella realtà concreta. Sarà soltanto il ‘500 a mettere in crisi tutto il meccanismo delle istituzioni, la dove queste istituzioni non diventano più indispensabili, a cominciare dall’occidente Cristiano, alla stessa salvezza dell’uomo.
I tre cavalieri vanno incontro a Tamerlano.Chi era il grande conquistatore dell’Asia per gli occidentali di quel tempo?
Tamerlano è uno di quei personaggi che si trasformano in vita in un mito e con la comunicazione del tempo, quello che si poteva sapere di Tamerlano, in Spagna, a Gerusalemme o a Firenze, era qualcosa di fantastico, qualcosa che si ricollegava ai grandi personaggi della storia del passato e, quindi, la gente, quando soltanto udiva il nome di Tamerlano, sognava, immaginava, vedeva. Che poi Tamerlano avesse dei sogni o altro era un fatto secondario… Tamerlano però è qualcosa di irraggiungibile, è qualcosa che nel romanzo sfugge, Tamerlano è una dimensione che fa parte di un immaginario collettivo, Tamerlano è Alessandro Magno, Gengis Khan, è praticamente una di queste figure che lentamente la storia accumula, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, e che sostanzialmente servono anche per spiegare i desideri dell’uomo, i percorsi, la ricerca, tutto quello che si desidera. Il significato di Tamerlano e di Samarcanda esula completamente da questi discorsi generali perché in quel momento l’Europa guardò con estremo interesse anche all’equilibrio che Tamerlano avrebbe potuto creare con leventualmente la conquista di terre verso il Mediterraneo… Questa figura, personaggio, questo essere grande e sfuggente direi che rappresenta quanto di più concreto ci sia per l’immaginazione dell’uomo. L’immaginazione dell’uomo ha sempre creato questi personaggi un tempo erano veramente grandi, poi quando non sono stati più grandi forse li ha ingranditi. Noi abbiamo sempre bisogno di modelli così particolari e quando non ci sono ce li immaginiamo. Qual è stato l’ultimo grande personaggio degno di essere accanto a questi non lo sappiamo, però certamente ce ne siamo creati degli altri che poi si sono rivelati decisamente diversi, più piccoli.
Quale Occidente viene descritto da Cardini e cosa differenzia maggiormente l’uomo di allora da quello di oggi?
Cardini non si fa delle illusioni, giustamente presenta una giovinezza, quella di una Europa ancora in fondo giovane, con ancora una forza, che doveva espandersi, emergere, che è caratterizzata da questi personaggi ed è rappresentata da questi personaggi che superano delle prove, che credono nella vita, che vogliono cercare qualcosa. E’ un po’ un immagine diversa dall’uomo contemporaneo, non perché voglia fare il discorso dell’uomo contemporaneo decadente o altro, ma la nostra freschezza e i nostri desideri non sono più quelli dei personaggi del libro di Cardini. In fondo questo signore della paura potremmo anche chiamarlo il signore di una paura che se ne è andata e di un’altra paura che è arrivata. Noi abbiamo forse paura di essere noi stessi. Tamerlano che effettivamente rappresentava la paura, faceva forse essere tutti se stessi. C’è uno scambio di fondi, uno scambio di immagini, di situazioni molto bello, ma effettivamente quando noi guardiamo le nostre radici ci capiamo di più. Il ‘400 le nostre radici le forma, ci dà l’umanesimo, ci dà tutta una serie di attrezzi per capirci meglio, ma nello stesso tempo ci fa capire quanto abbiamo perso proprio in entusiasmo, in freschezza, in visioni, in umanità, rispetto a tanti miti contemporanei che si dissolvono mentre li guardiamo.
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