Elena Buia Rutt, Flannery O'Connor, il mistero e la scrittura, Milano, Ancora, 2010.

Quando la letteratura sembra una minestra insipida, annacquata, incapace di dare un sapore nuovo alla vita, alcuni scrittori diventano necessari come il sale. Serve al palato una parola in grado di riportare bruscamente il lettore al centro della propria vicenda umana e di chiamarlo a un confronto potente con le grandi questioni della vita. Una simile forza d'urto è senza dubbio nelle storie di Flannery O'Connor cui è dedicato Flannery O'Connor, il mistero e la scrittura (Ancora), un formidabile saggio di Elena Buia Rutt - già autrice di un'intensa rilettura di Pier Vittorio Tondelli – che ci aiuta a riscoprire e a maneggiare una scrittura incandescente. Una riflessione lucida sulle opere della grande narratrice del Sud degli Stati Uniti che in Italia è rimasta ai margini dell'attenzione della critica sia per la difficoltà di classificare una letteratura che è "allo stesso tempo simbolica e realistica, regionalista e universale, grottesca e letterale" sia per la faciloneria con cui le è stata affibbiata l'etichetta di "autrice cattolica". D'altronde la O'Connor è stata una scrittrice solitaria, defilata, ma anche una presenza disturbante tanto per i cattolici benpensanti che per i fautori del "buon senso" laico, razionale e illuministico. Costretta da una grave malattia ereditaria a passare gli ultimi quattordici anni della vita nella sua fattoria in Georgia, la O'Connor ha alimentato la sua ispirazione attraverso un'immersione senza sconti nella propria difficile quotidianità, fino al punto da considerare il morbo che la stava divorando una benedizione: "Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa. La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna". L'esperienza concreta del male è il punto di partenza della ricognizione critica della Buia che, attraverso le storie - dal romanzo Il cielo è dei violenti a quel racconto estremo intitolato La schiena di Parker - i saggi e le lettere della scrittrice americana, ci apre al mistero di una letteratura fondata su un'assoluta fiducia nella salvifica violenza dello scontro tra la libertà dell'uomo e la realtà. Allergica a ogni visione filtrata da astrazioni, lo sguardo della O'Connor si concentra "su un'esperienza cruciale, quella della finitezza". I suoi personaggi bizzarri, storpi e malvagi ancora oggi scandalizzano, disorientano, mettono in crisi chiunque sia abbarbicato alle proprie certezze ideali e non si accorga che l'anormalità, la deformità e la devianza riguardano ciascuno senza eccezioni. Un realismo radicale espresso attraverso un irritante registro grottesco che non è "una scelta di genere, ma la diretta conseguenza della visione cristiana di un mondo intaccato dal peccato". Secondo la Buia "tutto questo diviene uno strumento conoscitivo, una lente di lettura, funzionale alla forzatura dello sguardo di un lettore 'di vista debole'" e in grado, forse, di cogliere solamente le connotazioni morali di quanto accade, ma non l'ordito indicibile dell'esistenza. Una letteratura che colpisce il lettore come uno schiaffo, consentendogli di "approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero".